INTERVISTE E CONFRONTI: EUGENIA VANNI, artista visiva

 


Spazio PPP: Ciao Eugenia, che cos’è per te la pittura?

Eugenia Vanni: La pittura ha da sempre fatto parte della mia vita ed ha coinciso con tantissimi momenti della mia quotidianità, al punto di considerarla la regola, rispetto agli eventi eccezionali offerti dell’esistenza.
 In generale penso che il dipingere, di sua natura, sia qualcosa che si plasma con noi stessi, con il nostro vivere. Credo che, in fondo, facciamo e rappresentiamo non tanto ciò che siamo, ma cosa vorremmo essere, cosa conosciamo e cosa le circostanze della vita ci permettono di essere. 
Penso che in quel piano cartesiano che è il telaio, siano racchiuse le nostre possibilità in forma di poesia.
 Parlando invece, in modo specifico, del mio lavoro, immagino ogni quadro come uno schermo dove avvengono delle messe in scena del dipingere.
 Queste tele sono come delle immagini catturate dallo scorrere continuo di gesti, pennellate, monocromi e non finiti. 
Ricavo le forme per sottrazione: dipingo la trama della tela di lino intorno a pennellate trovate oppure ai margini di campiture monocrome di stoffa.
Voglio immortalare gesti e momenti del tutto casuali, che sono come delle istantanee di questo scorrere continuo di movimenti, dove lo sguardo rimbalza continuamente tra ciò che è dipinto e ciò che non lo è.




SPPP: Ci sono materiali e colori che se si sa ascoltare, hanno volumi e frequenze diverse. L’artista agisce come un medium, recepisce segnali e mette talvolta in relazione mondi più sottili. 
Ci descriveresti il tuo approccio rispetto a questa mediazione, qualora eventualmente la sentissi tua?


EV: La ricerca del colore e della forma è per me come un accadimento: scelgo in un negozio una stoffa di cotone blu e la trasformo in colore blu. Il suo essere blu non è più una condizione dell’oggetto stoffa, ma diventa colore puro grazie alla pittura che gli sta intorno e che ne definisce i limiti. 
Le poche zone dipinte servono a tradurre la realtà in colore puro.
 Ritrarre ad olio il lino grezzo ai margini o sopra la stoffa significa trasformare in colore tutto il resto. 
Mi piace pensare che la pittura oltre che utilizzare il colore, sia un mezzo per svelarlo. Questa spostamento dello sguardo tra il soggetto dei quadri (le pennellate o il monocromo) e ciò che sta intorno (la pittura) è per me una ricerca dell’infinito in cui i termini astratto o figurativo non hanno più senso.



SPPP: In una tua interessante intervista, in occasione della mostra "La firma sul fronte", avevi accennato al tema "del chi lavora sull’oggetto-quadro e chi, invece, sul soggetto del quadro" potresti approfondire tale concetto sulla base della tua poetica?




EV: La mostra a cui ti riferisci fu realizzata a Spaziosiena nel 2019 e fu pensata come una personale di Giuliano Vanni, mio padre, in cui intervenivo con alcuni miei lavori, come fossero le didascalie delle sue opere pittoriche. 
Era intitolata “La firma sul fronte” proprio ad indicare una sorta di spartiacque tra la pittura che riflette sui soggetti o sulla composizione, quindi dove la firma dell’artista non è di solito un elemento di disturbo (in questo caso le opere di mio padre) e quella pittura che invece indaga l’oggetto quadro, inteso come presenza nello spazio, dove la firma invece rischia di avere un peso visivo sproporzionato rispetto al resto dell’opera.
 Per parlare di “oggetto quadro” bisogna chiaramente risalire alla Pittura Analitica e non solo, tuttavia in quell’intervista mi riferivo anche ad un procedimento circolare che va dal dentro al fuori e viceversa e che cerca di varcare la superficie della pittura: il quadro diventa uno schermo di attraversamento fra cosa possa essere accaduto, a livello di gesti e lavorazioni, prima di ciò che vediamo realmente. E’ come il risultato di un procedimento invisibile di cui decido di mostrare un solo ed unico passaggio. 
Il “quadro” così, si fa contenuto dell’”oggetto quadro” e viceversa.




SPPP: Discutendo con diversi operatori del settore, abbiamo sempre più la sensazione che, per quel che riguarda la situazione in Italia, molti artisti sentano l’impellente necessità di “fare rete al di fuori della rete”, nonostante il lavoro dell’artista abbia bisogno di tempi in solitaria. Il virtuale è un universo utile ma crediamo fermamente che l’arte non possa fare a meno di un’attivazione delle sensazioni attraverso l’esperienza e la conoscenza diretta. Non è un caso che molte realtà non istituzionali stiano offrendo luoghi fisici per far ciò che questo possa accadere. 
Cos’è per voi il Museo d’Inverno (e qual è l'origine del suo nome)?


EV: Il Museo d’Inverno nasce a Siena nel 2016, è stato fondato da Francesco Carone e da me
 con un tema piuttosto specifico che è rimasto invariato negli anni: quello di esporre le opere appartenenti alle collezioni private degli artisti che invitiamo. 
Queste opere sono quasi sempre frutto di scambi e collaborazioni, avvenute in momenti particolari di vita e di carriera, sono per lo più inedite e fino a quando non le esponiamo, occupano le pareti della casa o dello studio degli artisti.
 La necessità di creare uno spazio espositivo dedicato solamente a questo, nasce dal voler ricostruire, grazie ai rapporti personali fra gli artisti, alcuni momenti di una storia dell’arte contemporanea mai narrati, storie che parlano di relazioni, di intense amicizie, amori e progetti condivisi.
 Il Museo è situato nelle stanze sopra Fonte Nuova, la bellissima fonte Medievale nella Contrada della Lupa (uno dei 17 rioni in cui è suddivisa Siena), la quale ha appoggiato fin da subito il progetto, rendendosi quindi protagonista del contemporaneo e di quegli aspetti strettamente legati alla ricerca. 
Il nome Museo d’Inverno deriva dal  legame che ha il museo con il territorio senese: essendo uno spazio immerso fisicamente nella realtà di Contrada, la sua programmazione è scandita anche dai tempi del Palio, che si corre due volte all’anno in estate e che è un periodo di grande impegno per la Contrada. Le mostre di Md’i quindi avvengono nel resto dell’anno, fuori dal Palio, che per noi senesi è rappresentato dall’Inverno ed è un momento in cui il rione si dedica a tante altre attività.


SPPP: Ci sono progetti a cui stai lavorando e di cui ci vorresti parlare (o che vorresti e non hai ancora avuto modo di realizzare)?



EV: In questi mesi ho avuto modo di conoscere più a fondo il lavoro di Beatrice Meoni e di creare con lei un bellissimo dialogo che sta dando vita ad un progetto legato al gesto; abbiamo coinvolto, per questo, un gruppo di intellettuali, fra storiche dell’arte, filosofe e curatrici che stanno contribuendo ad approfondire questo tema partendo dai nostri lavori. Stiamo costruendo le basi per un ciclo di mostre e di letture.




Links:


Tela su stoffa: fondo blu, 2021

olio su stoffa di cotone blu 

40 x 50 cm


(courtesy galleria Fuoricampo, Siena)