INTERVISTE E CONFRONTI: Igor Giuffré, Musicista, compositore e conductor



Spazio PPP: Ciao Igor, ci descriveresti brevemente il tuo lavoro e la tua ricerca?

Igor Giuffré: Nel mio percorso artistico-musicale, in tanti anni di attività e studio, ho esplorato diversi ambiti e ho lavorato in contesti molto differenti. Da diversi anni mi occupo di musica d'avanguardia e di ricerca, con particolare attenzione all'ambito performativo e improvvisativo. Da questo punto di vista, nel 2019 ho costituito un Collettivo di Improvvisazione Totale nella città in cui vivo (Mondovì), radunando musicisti provenienti dalla provincia di Cuneo (e non solo) e dai più diversi percorsi formativi. 

L'intento era quello di dar vita a una realtà alternativa (di fatto assente sul territorio), un progetto di ricerca musicale basato sull’improvvisazione che fosse anche un laboratorio creativo “inclusivo” incentrato sullo scambio, la condivisione e la sinergia. 

Di fatto, è un'esperienza che ruota intorno a una grande orchestra con un organico variegato che pratica la free improvisation sfruttando una personale rilettura del linguaggio della Conduction, una particolare tecnica improvvisativa inventata da Butch Morris (musicista e direttore d'orchestra afroamericano) che prevede la guida di un direttore d'orchestra o “conductor”. 

Oltre a questo, ho sviluppato anche diversi altri progetti improvvisativi in “solo” – e/o con piccoli organici e formazioni ridotte – in cui io stesso sperimento diverse soluzioni performative (sempre nell'ambito della free improvisation), dalla chitarra preparata e processata all'utilizzo dei campionatori e a sistemi meno convenzionali, utilizzando anche strumenti autocostruiti o ricavati da oggetti di uso quotidiano. 

In ogni contesto, l'approccio è sempre rivolto alla ricerca di nuove soluzioni estetico-performative e compositive. 

I miei riferimenti da questo punto di vista sono (solo per citarne alcuni a cui sono particolarmente legato): John Cage, Giacinto Scelsi, Morton Feldman, Luigi Nono, Il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza...


SPPP: Quali sono le tue riflessioni rispetto lo stato della musica sperimentale / di ricerca nel panorama culturale italiano?

IG: Com'è tristemente prevedibile, le mie “riflessioni” non sono affatto incoraggianti, anzi, sono decisamente negative, per non dire “disperate”. 

Mi sembra evidente – ed è retorico (ma forse comunque necessario) sottolinearlo – come il mondo della musica in particolare (e dell'arte in generale) stia vivendo un momento di “difficoltà” riconducibile in primis – così come molti dei problemi in “occidente” – all'ordine politico-economico globale dominante e, conseguentemente – o parallelamente – alle sue ricadute in ambito sociale e culturale. Il successo economico è la parola d'ordine nel nostro mondo e l'omologazione (meccanismo deleterio per qualsiasi forma d'arte) è paradossalmente una delle sue tante conseguenze.   

Detto ciò, a parte questo dichiarato pessimismo teorico di fondo (che in ogni caso non voglio affatto nascondere), cerco di conservare un po' di ottimismo a livello “pratico”, ovvero nel mio agire quotidiano. In tal senso, provo a sviluppare contesti “alternativi” che in qualche modo stimolino, nel loro piccolo, una contro-tendenza. Per le loro caratteristiche intrinseche, l'improvvisazione totale e la musica d'avanguardia in generale – oltre a essere degli ambiti, almeno potenzialmente, più “liberi” e in cui forse è ancora possibile cercare di proporre soluzioni estetiche meno “convenzionali” – credo offrano (proprio in virtù di queste loro caratteristiche implicite o “naturali”) un ottimo spunto di riflessione per le questioni di carattere etico-filosofico-culturale a cui si accennava all'inizio. 


SPPP: Hai progetti che vorresti realizzare, che non hai ancora realizzato o che invece stai realizzando di cui vorresti parlare?

IG: Affine ai progetti menzionati precedentemente, ce n'è un altro che mi piacerebbe provare a sviluppare e questo spazio mi sembra offrire l'occasione giusta per iniziare a farlo concretamente. 

Vorrei proporre delle performance di improvvisazione libera in spazi domestici – in forma di house concert – basate proprio sulla relazione tra il musicista/performer e l'ambiente in cui si trova di volta in volta a operare. L'ambiente, gli oggetti in esso contenuti – e in generale i suoni di quel particolare luogo – diventano così lo strumento e la materia prima a disposizione per la performance e l'improvvisatore, di volta in volta, deve sperimentare soluzioni nuove per relazionarsi a essi in maniera creativa e soprattutto “dialogica”, ovvero cercando un “dialogo” con lo spazio, il contesto e le cose.

Un esercizio per imparare anche ad ascoltare il “quotidiano”, ciò che abbiamo sempre sotto gli occhi (e le orecchie) ma che spesso ignoriamo, proiettati come siamo a tutta velocità in ambienti virtuali spesso inospitali e fondamentalmente “inabitabili”.  

Quello che propongo è infatti un'esperienza da condividere in “carne e ossa” che cerchi di riportare la dimensione performativa al contingente e la nostra attenzione al presente. 

Forse è solo una reazione fisiologica a un periodo storico come quello che stiamo vivendo, non lo so. A tal proposito, aggiungo che le “crisi”, malgrado tutte le difficoltà del caso, credo siano sempre – o dovrebbero essere – un'ottima occasione per ridiscutere in generale le “linee guida” di una società... 

Un'occasione che purtroppo mi sembra si stia sprecando per l'ennesima volta. 


SPPP: Spazio PPP è uno spazio fisico ma anche un archivio virtuale. C'è qualcosa che vorresti trasmettere, che possa rimanere come traccia leggibile del tuo pensiero presente, al futuro?

IG: Lascerei queste piccole riflessioni estemporanee volte ad approfondire un po' i temi accennati al punto 2: 

“Uno su mille ce la fa!” 
...e ti pare una buona notizia?

Quello della competizione in ogni ambito e contesto è un “insegnamento” o, meglio, un comandamento che ha pian piano modificato in peggio il nostro modo di pensare, la nostra forma mentis. La logica “tardo-romantica” dell'uomo solo, del singolo astro che si staglia in un cielo di nuvole “senza importanza” è davvero, a pensarci bene, qualcosa di deleterio, qualcosa che dovrebbe insospettirci o almeno farci riflettere. 

E invece, manco a dirlo, tutto l’opposto.
È proprio con la costruzione del “mito” che i media colonizzano l'immaginario dei più, spacciando dei modelli “ideali” (spesso nemmeno autentici ma costruiti e falsificati ad hoc) ai quali poi tutti si dovranno adeguare, pena il dissolversi in una delle tante “nuvole di vapore” evanescenti e insignificanti. 
Questa regola – che si esplicita nell’ormai implicito e sibillino “Uno su mille ce la fa!”, espressione che abbiamo assurdamente iniziato a utilizzare, a condividere e persino ad apprezzare – non solo ha il difettuccio di condannare in maniera spietata e senza appello i “999” di cui subito ci si dimentica, ma (come se già questo non fosse abbastanza) ha altresì la responsabilità di limitare drasticamente lo spazio della creatività. 
In un mondo fondato sul principio del successo economico come unico parametro per valutare una persona – mondo in cui, conseguentemente, in ambito “artistico” quel parametro passa attraverso quello del “successo mediatico” (strumento per ottenere i privilegi di quello economico) – tutti imitano tutti (per non rischiare di non essere “capiti” e, di conseguenza, esclusi, è ovvio). 
È un mondo di cloni che pretendono pure di essere unici; è un paradosso agghiacciante che si esplicita costantemente nelle radio, nelle televisioni e nella rete. 

È sempre stato così, è vero, ma oggi – inutile dirlo – nella società dei social media, degli “youtuber” e degli “influencer”, questa tendenza ha assunto dimensioni “apocalittiche” spaventose che non hanno certo bisogno di essere dimostrate. Anzi, forse il problema è che ormai tutto questo è talmente evidente che non ci si fa più caso oppure ci si rassegna, credendo che sia semplicemente inevitabile, un destino triste e irreversibile al quale bisogna stoicamente piegarsi.

Viviamo in un contesto di “cattività” in cui quelli che credevamo essere i “grandi valori” della nostra civiltà si sono docilmente piegati a quell’unico simulacro – generatore di tutti i valori, come dice Galimberti – che è il denaro (il dio del monoteismo più potente che abbia creato finora la razza umana). 
C'è qualcosa di tossico nella nostra società, qualcosa che avvelena il nostro vivere ma che non riusciamo a smettere di ingerire e che, piano piano, abbiamo imparato a digerire, a metabolizzare. Gli effetti di queste “assunzioni” quotidiane di veleno li riscontriamo nel nostro modo di pensare, di ragionare e, soprattutto, di relazionarci con gli altri e col mondo. 

La nostra quotidiana dose di rassegnazione diluita in una soluzione liquida di pavida omertà.

Siamo tutti irretiti in un gioco di specchi perverso che ci disarma, ci rende impotenti, ci annichilisce e umilia e di cui “i più fortunati” sono inconsapevoli…ma nessuno – nemmeno tra i più “consapevoli” – ha il coraggio di chiamarsi fuori, di uscirne, di negare il presente: si ha paura di ritrovarsi da soli e così si ritorna al principio, a confermare lo status quo. 

Anche quando si crede di proporre qualcosa di diverso lo si fa con la stessa retorica “conciliatoria”, con la stessa “fiducia” implicita o ipocrita che si possa cambiare qualcosa dall'interno (un alibi, a volte, per chi non ha il coraggio di guardare in faccia la sconfitta di una società impoverita dalla propria stessa presunta ricchezza). 
La realtà sembra suggerire infatti una sentenza ancora più tragica: nulla di buono può nascere da un terreno profondamente inquinato. 
E allora? Qual è la soluzione? Non lo so. 
Bisognerebbe trovare la forza di dissociarsi, di dissentire, di “uscire”, di negare questo contesto di coercizione psicologica orwelliana in stile Matrix (o in stile Netflix). 
Non basta però cambiare rotta, bisognerebbe cambiare oceano, bisognerebbe fare un grande balzo e uscire di colpo dalla palude di tristezza nella quale ci troviamo ormai da chissà quanto tempo. 
Il problema è che i “999” – malgrado sulla carta siano una nettissima e potentissima maggioranza – sono inerti, sono neutralizzati dal loro stesso pensiero, il pensiero di chi ha imparato a ragionare come quell’Uno che sognano di diventare (alla faccia di tutti gli altri), l'eletto che godrà dei privilegi a cui tutti anelano, quel sogno che imparano a inseguire ciecamente fin da piccoli e che saranno condannati a inseguire per sempre, ignari dell’incubo che, in realtà, in esso si nasconde e a cui sono destinati.



Un “nero” intrattenimento.

Se tutti inseguono qualcosa che solo uno potrà effettivamente raggiungere (e, detto per inciso, per il tempo che sarà lui concesso…), inevitabilmente tutti coloro che non ce la faranno verranno considerati dagli altri (e da loro stessi) “immeritevoli”, indegni di considerazione e saranno condannati a una “non vita”, alla mera sopravvivenza, fintanto che la “nuvola” non si dissolverà. 
Che ci piaccia oppure no, è questo il meccanismo che alimentiamo quando guardiamo i talent-show, quando celebriamo i miti, le star, i privilegiati di un mondo disonesto che molto spesso non premia nemmeno i più meritevoli ma solo chi fa comodo premiare. 

Tuttavia, secondo me, il problema non è nemmeno la presunta o presumibile “corruzione” dal momento che, in ogni caso, il sistema, anche se fosse davvero meritocratico, a ben vedere sarebbe comunque perverso e inaccettabile. 

L’industria culturale (come giustamente la definì Adorno in tempi remoti e quasi non sospetti) ovvero l’industria dell’intrattenimento – che il più delle volte spaccia sotto-prodotti culturali e usa l'etichetta di “arte” per vendere sottobanco il veleno dell’omologazione – ha avuto e ha oggi più che mai un ruolo fondamentale nel creare un consenso implicito che conferma il presente. È questo il mondo e il modo in cui vogliamo vivere? 
Lungi dall’essere “mero” intrattenimento, innocuo e “leggero” passatempo, è di fatto un collante, un coagulante, un calmiere per le coscienze. È un “nero” intrattenimento in realtà... Pasolini, non a caso, denunciò più volte come la società dei consumi – e conseguentemente la sua operosa e omertosa industria culturale – stesse diventando ormai più temibile persino del vecchio fascismo, arrivando addirittura a condannare la miopia più o meno onesta di chi, nella sinistra di allora, si ostinava a combattere un nemico ormai morto e sepolto – il fascismo di Mussolini, appunto – ignorando un pericolo presente e imminente ben più grave e reale, insito nella società del “benessere” che si andava affermando. 

Nell’analisi lucida e coraggiosa di Pasolini, la società dei consumi (che include, ovviamente, anche i “prodotti culturali”) era denunciata come più temibile persino del fascismo del Ventennio, se non altro perché aveva dimostrato di riuscire a colonizzare le coscienze dei cittadini molto più efficacemente di quanto non avessero mai saputo fare i fascismi storici. 
Non era ovviamente un’apologia del fascismo e delle sue gravissime responsabilità (sarebbe ridicolo anche solo pensarlo), bensì un’analisi più sottile della contemporaneità che rivelava – e rivela ancor di più oggi – come, nella politica, una certa retorica inetta o in malafede si concentri spesso su un pericolo irreale o inattuale per distogliere l'attenzione da un pericolo molto più reale e contingente. 
La “divisa” del fascista, diceva Pasolini, è sempre stata qualcosa di meramente “esteriore” (almeno nella maggioranza dei casi): si era fascisti il più delle volte per le leggi del branco, per omertà, per inerzia, paura o coercizione, ma per i più era solo qualcosa di puramente esteriore. Per contro, la divisa del cittadino pienamente inserito nel sistema consumistico-capitalistico – denunciava sempre Pasolini – è diventata un “abito interiore”, una divisa che non si può togliere, che ci portiamo a letto, con la quale impariamo persino a “sognare” …sognando i sogni di qualcun altro. 

È così che perdiamo definitivamente, nel profondo e senza nemmeno accorgercene, quella tanto cara “libertà” sbandierata dall'ipocrisia del sistema “liberale” dominante. 


SPPP: Come vedi il futuro delle performances in relazione al cambio di fruizione degli ultimi anni, maggiormente rivolto al virtuale?

IG: Non lo so... non riesco a farmi un'idea.

Sinceramente non credo di avere le competenze per esprimere un parere “sensato” in tal senso e preferirei non azzardare risposte sciocche e banali... tanto più che quelle, tristemente, non mancano mai... 

A fronte di tutto quello che ho detto fin qui, posso solo ribadire che ciò che attualmente più mi interessa è proprio la dimensione “reale” e contingente, è lì che mi interessa operare e lavorare in questo momento. 

Il “virtuale” non lo giudico in sé, offre senz'altro delle interessanti possibilità, lo uso e lo sfrutto ovviamente anch'io (con parsimonia), ma il problema forse è un altro...siamo pronti o adatti a quel tipo di meccanismo? ...e a quella “velocità”? 

L'era virtuale è l'era dell'ultra-velocità, ma il nostro pensiero, nella maggior parte dei casi, è “lento”, arretrato, stupido... un tempo l'idiozia, se non altro, aveva in linea di massima dei “confini”, aveva un “freno” dovuto alla mancanza di tecnologia utile a trasportarla; oggi viaggia incosciente e senza remore giù per la fibra ottica, arrivando dall'altra parte del mondo in un “click”...e poi, per inciso, che fretta c'è? Nell'economia del cosmo tutta la storia dell'umanità è meno di un batter di ciglia...tra meno di un secondo saremo tutti morti... e quindi? Che fretta abbiamo? Dove crediamo di poter scappare? 

La velocità del web e la conseguente fretta che sembra aver generato mi sembrano un altro problema collaterale di tutto il mondo virtuale. 

Con questo non voglio certo fare della retorica “tecnofobica”, ma mi domando semplicemente: dopo un ventennio e più di era internet, “qual è il bilancio”? (e uso questa espressione appositamente, per dimostrare, tra le altre cose, quel che sostenevo altrove, ovvero come la dimensione “economica” – e in generale la retorica del linguaggio “aziendale” – abbia colonizzato il nostro modo di esprimerci e di conseguenza il nostro pensiero). Cosa raccogliamo oggi dopo l'epoca che doveva essere quella del “cambiamento”, dell'emancipazione, della democrazia, della “rottura dei vecchi paradigmi”? 

Siamo ancora più omologati e forse più rincoglioniti di prima... (non che prima fosse meglio, sia chiaro, ma ora non sembrano esserci nemmeno più le condizioni per immaginarsi un cambiamento o anche solo per sperare in un miglioramento...). 

Purtroppo non offro soluzioni ma interrogativi, dubbi, maturati sulla base dell'esperienza. 

Forse non siamo ancora abbastanza grandi per guidare un mezzo così potente e veloce, o almeno stiamo dimostrando di non esserlo. 

Forse è il caso di ripensare la questione o almeno di valutare criticamente alcuni degli effetti collaterali di questo mondo virtuale. 

La tecnologia è un “mezzo” potentissimo e utilissimo che però, nella nostra società, si è rapidamente trasformato in un “fine” ed è questo che preoccupa e spaventa. 

La tecnologia ha preso il sopravvento, la rete è piena di “prodotti culturali” di bassissima qualità ma ad altissima definizione...è un paradosso etico-estetico inaccettabile, al quale però sembriamo non fare più caso, anzi, ci stiamo adattando sempre di più, finendo per diventare dei pessimi “compratori” e stimolando, nel grande “mercato dell'intrattenimento”, una “domanda” sterile e deprimente alla quale da più di settant'anni risponde prontamente e prevalentemente “l'offerta” oscena di quel “nero intrattenimento”. 

Forse è venuto il momento di rallentare un pochino e di recuperare una dimensione più verticale del vivere, quell'esperienza sensibile che torna semplicemente al “qui e ora” di cui parlavo all'inizio...non dico che sia la soluzione a tutti i problemi (ribadisco, “non si stava affatto meglio quando si stava peggio”), dico solo che il virtuale, nelle nostre mani, finora si è dimostrato poco “virtuoso”: sta alterando la nostra capacità di giudizio oltre che limitando paradossalmente la creatività e di conseguenza la possibilità di immaginare qualcosa di “diverso” in generale (non solo da un punto di vista estetico).